PASSATO, PRESENTE E FUTURO DELLE DONNE

“Le donne e i gatti faranno quello che vogliono e gli uomini e i cani

dovrebbero rilassarsi ed abituarsi all’idea”

(Robert A. Heinlein)

Erano i famosi anni 60. Anni in cui i movimenti femministi imperversavano in tutta Europa reclamando quella parità di diritti che fino ad allora era stata loro negata.
L’emancipazione femminile si era già concretizzata una ventina d’anni prima, durante la guerra, quando centinaia di migliaia di donne, che avevano i mariti al fronte, portarono da sole, sulle proprie spalle, tutto il peso che una famiglia (a quei tempi, spesso, numerosa) comporta.
Ora, in quel ’68, la donna rivendicava, giustamente, una posizione differente da quella che la società voleva continuare a riservarle anche nell’immediato dopoguerra.
E non chiedeva solo parità di diritti ma anche che la società contemporanea abbandonasse l’idea di imporle un ruolo sociale, l’idea di creare stereotipi intorno alla sua figura, l’idea non solo di giudicarla in modo superficiale ma anche, proprio, di giudicarla …!

Da allora ad oggi, in quasi 50 anni, molti passi avanti sono stati fatti. Sono stati introdotti molti reati a tutela delle donne fino ad allora inesistenti, è stato introdotto il diritto al divorzio (1970), riformato il diritto di famiglia (1975) garantendo la parità legale tra i coniugi e la comunione dei beni, introdotto il diritto all’aborto (1977), cancellato dal diritto penale il “delitto d’onore” (1981), introdotto il reato di violenza sessuale (1996) trasformando in reato contro la persona un reato che fino a quel momento era considerato contro la morale pubblica, fino alle leggi approvate dopo il 2000 che introducono un’adeguata rappresentanza femminile (le famose quote rosa).

Proprio quest’ultima legge merita, probabilmente, qualche spunto di riflessione. E questo non tanto per la sua struttura quanto per le idee che ne costituiscono le fondamenta.
Perché se è vero che da un lato essa ha, in modo coatto, risolto una problematica inerente l’inserimento delle donne in lavori/mestieri che fino a poco tempo prima erano preclusi alle stesse, è anche vero che un riconoscimento basato su un’imposizione può ancora essere considerato un diritto?
Parlando e scambiando opinioni con tante amiche e conoscenze femminili, infatti, ho sempre avuto l’impressione che ciò che chiedono e cercano le donne siano pari opportunità … mentre il fatto stesso che vi sia un obbligo di acquisizione di persone di sesso femminile sconfessa qualsiasi criterio paritario perché fa assumere non in base a una riconosciuta capacità ma proprio in virtù del proprio genere di appartenenza.
V’è quindi una discriminazione sessuale proprio alla base della stessa legge che si propone di eliminare una discriminazione sessuale. Che poi la stessa possa essere considerata una discriminazione “positiva”, in quanto favorisce il genere femminile, è un altro discorso. Ma è questo quello che vogliono le donne? Vogliono una società che le favorisca o una società giusta per il quale il genere di appartenenza è solo un dettaglio? Tutte le lotte che hanno fatto nei decenni, se non secoli, le donne … era per sostituirsi all’uomo? Per trasformarsi da vittima in carnefice?
Non credo …

E allora qual è il passo successivo che la nostra società può fare per creare realmente una parità di diritti tra l’uomo e la donna?
Secondo me proprio quello di cessare di pensare e ragionare in termini di “uomo” e “donna” e considerare ogni soggetto, indipendentemente dal genere, semplicemente una persona.
Escluse, infatti, le esigenze di genere (es. gravidanze) qualsiasi legge che riporti “uomo” o “donna” non può che essere discriminante.

Il passo successivo, invece, lo si può fare … tornando indietro.
Provate, infatti, a immaginare la donna di 70-80 anni fa, tediata, offesa, repressa (l’isterismo, agli inizi del ‘900, era una malattia molto diffusa tra le donne), obbligata per convenzione sociale ad occuparsi della casa e della famiglia, senza prospettiva alcuna se non quella di essere data in sposa o essere destinata ad un convento …
Provate a immaginarla rispettata, onorata, con una posizione sociale centrale e di primo piano tanto quanto quella dell’uomo. Una donna che se vuole lavora, se non vuole si occupa della casa e dei propri figli e una società che, in entrambi i casi, le riconosce i meriti con uno stipendio e una pensione.
Immaginatevi una situazione di questo genere … e dopo averlo fatto domandatevi se i movimenti femministi sarebbero mai nati. Probabilmente no.

E allora cos’è che manca di più alla donna di oggi? Probabilmente proprio questo … ovvero la possibilità di veder riconosciuto il proprio ruolo “storico”, la possibilità di vivere la vita di ieri con i diritti di oggi, la possibilità di fare qualsiasi scelta, lavoro o famiglia, senza per questo sentire sminuita la propria rilevanza sociale.
Per questo noi del LOTO crediamo fermamente che alle donne debba essere riconosciuto il ruolo di primordine che essa assume quando si occupa della propria famiglia. E questo non solo con uno stipendio e una pensione proporzionali all’impegno che la propria famiglia determina ma, in virtù di tutte quelle donne che, nonostante le avversità, non sono mai venute meno al proprio dovere, anche con un riconoscimento sociale della centralità della donna all’interno della famiglia stessa.

Pier Alfredo Pica
IL LOTO Lazio