L’AVVELENAMENTO INCONSAPEVOLE

“Per la prima volta nella storia del mondo, ogni essere umano è sottoposto al contatto con sostanze chimiche pericolose, dal momento del concepimento fino alla morte”
Dott.ssa Rachel Carson (1907-1964) – biologa e zoologa statunitense

Al giorno d’oggi siamo sempre più propensi ad una forma di consumismo che crea sempre più rifiuti, alcuni dei quali finiscono molto spesso negli scarichi urbani. Questi oggetti degradandosi possono rilasciare o addirittura modificare la propria struttura chimica diventando sostanze tossiche per l’organismo.
Ciò risulta essere di un’importanza estremamente rilevante, in quanto l’uomo potrebbe assumerli anche in modo indiretto, assimilandoli e creando danni anche, con l’avanzare del tempo, su grande scala.

Gli scarichi urbani, delle industrie e dei privati, vengono riversati per lo più negli scoli fognari. Le acque reflue sono soggette a depurazione in quanto non possono essere riemesse nell’ambiente tali quali poiché le destinazioni finali come il terreno, il mare, i fiumi e i laghi non potrebbero essere in grado di ricevere una quantità di sostanze inquinanti superiore alla propria capacità rigenerativa.
Il trattamento di depurazione dei liquami urbani viene svolto all’interno di un impianto di depurazione che consiste in una successione di più processi durante i quali vengono rimosse le sostanze indesiderate.
Questi elementi vengono concentrati sotto forma di fanghi sin da prima degli anni ’80, dando luogo ad un prodotto finale tale da risultare compatibile con la presunta capacità auto depurativa della destinazione prescelta per lo sversamento, senza che questo ne possa subire danni (ad esempio dal punto di vista dell’ecosistema ad esso relativo).

Recentemente, per quanto la normativa esistesse già da diversi anni (Decreto Legislativo n. 99/1992), si è scoperto che alcuni dei fanghi depurati vengono usati come concime in campi agricoli, prevalentemente su quelli destinati a cereali. Secondo il “Rapporto rifiuti speciali edizione 2018” dell’Ispra, in Emilia-Romagna, ad esempio è concesso l’uso di sette tipologie di fanghi, mentre in Veneto di undici. Ma queste non sono le uniche Regioni a farne uso, l’intera penisola ne usufruisce.
I costi di smaltimento in discarica ancora oggi sono molti elevati e il prezzo solitamente è proporzionale alla distanza dalla discarica. Per dare qualche numero, in un impianto di depurazione in provincia di Pavia una tonnellata di fango per smaltirlo viene intorno a 110 €. Se l’impianto di depurazione produce circa 7000 t/anno, il costo per un totale smaltimento in discarica ammonterebbe a circa 770.000 €/anno. Si può capire da ciò che lo smaltimento di fanghi è un costo insostenibile per questi impianti che, quindi, decidono per vie decisamente più economiche: lo smaltimento in agricoltura.
Prima di essere trasportato verso la loro destinazione finale, questi fanghi vengono portati agli impianti di trattamento che si occuperanno di rimuovere gli inquinanti. Il controllo di questo processo avviene però da parte dell’azienda stessa che se ne occupa, secondo il D.lgs. su citato. In pratica il controllato è al tempo stesso il controllore.
Tutti tacciono, ma tutti ci guadagnano. Solo su la provincia di Pavia nel 2015 sono state riversate 466.000 tonnellate di fanghi depurati, un quinto del totale nazionale, quindi a livello nazionale si parla di 2.330.000 tonnellate circa riversate nei campi di tutta la penisola.
Ciò risulta preoccupante perché questi fanghi nonostante siano stati trattati presentano ancora inquinanti al loro interno oltre alla parte organica, soprattutto metalli pesanti che non riescono ad essere eliminati tramite il suddetto trattamento.
In questo ultimo periodo con il Decreto-legge 109/2018, riguardante il Ponte Morandi, viene trattato anche un’importantissima disposizione in tema di fanghi da depurazione in agricoltura (art.41).
Il Ministro dell’ambiente attuale comunque ritiene che il “vecchio” testo contenuto nel D.lgs. n. 99/1992 debba essere migliorato inserendo altre sostanze specifiche come diossine, furani, selenio, berillio, cromo, arsenico e altri microinquinanti pericolosi come toluene e policlorobifenili (Pcb), tutti ovviamente nocivi per la salute umana e dell’ambiente.
Tutte queste sostanze, infatti, servono a “marcare” la qualità del fango e a capire se la sua provenienza sia dubbia con indici di riferimento per un possibile inquinamento ambientale.
L’articolo 41 e le successive integrazioni parlamentari, dice il Ministro, serviranno a bloccare chi fino ad oggi ha sparso veleni nei campi. È bene ricordare i fatti di cronaca recente come il caso del Veneto, dove giovani ragazzi sono stati chiamati d’urgenza a sottoporsi ad analisi del sangue per verificare la presenza di una sostanza tossica (il Pfas, un composto chimico di origine sintetica, dovuto ai fanghi che hanno inquinato, le falde acquifere, i campi e l’acqua potabile), la quale era presente anche 35 volte superiore ai valori normali di legge. In una buona parte di questi ragazzi sono stati così costretti a sottoporsi a cicli di depurazione del sangue.

Noi de Il Loto riteniamo che Tutto sia importante fin dalla prevenzione in quanto un danno ambientale quando è fatto non sempre è facilmente recuperabile.
Perciò pensiamo a diverse soluzioni che potrebbero essere applicate partendo sicuramente da una riduzione repentina dei costi di smaltimento che favorirebbe la possibilità per gli impianti di depurazione di accedere a dei metodi ancora oggi troppo dispendiosi, come per esempio potrebbe essere la termovalorizzazione [2], di cui il costo oggi ammonta a 90 €/tonnellata. Senza però far mancare sempre una migliore supervisione e ottimo controllo del prodotto finale, in modo da accertarsi continuamente che quel “concime” non risulti poi pericoloso per la salute a l’ambiente.
Concisamente il Movimento ritiene che la riduzione dei costi di smaltimento unito ad un aumento di sorveglianza e controllo definito dal nuovo quadro normativo, potrebbe portare ad un significativo miglioramento del processo: dalla produzione allo smaltimento o riutilizzo del fango.
Ciò significherebbe più consapevolezza sui reali danni da inquinamento, più giustizia certa nella trasgressione delle norme e più correttezza da parte degli operatori del settore.

[1] L’accumulo nei tessuti degli organismi viventi di sostanze nocive diffuse nell’ambiente. Non tutti gli inquinanti o tutte le loro forme sono bioaccumulabili.
[2] La termovalorizzazione è una pratica di generazione energetica legata ai processi di combustione dei rifiuti smaltiti negli impianti di incenerimento.

Jessica Amadesi