L’acqua in cui nuotiamo

L'acqua in cui nuotiamo

Un bel giorno, un giorno qualsiasi, si viene a sapere che l’acqua bevuta per anni in alcuni centri abitati d’Abruzzo è inquinata. Per anni, cittadini ignari si sono intossicati ogni giorno, confidando che enti preposti a controlli per i cui paghiamo le tasse controllassero la qualità delle risorse. Nuotare nell’acqua inquinata come pesci inconsapevoli del proprio destino. Un’immagine che rende ragione non solo di ambienti avvelenati come nella provincia di Taranto, nella “terra dei fuochi” e adesso in Abruzzo ma, per estensione, di tutta la nostra cultura, impregnata di idee alle quali ci abituiamo ma che non portano nulla di buono.

“La prima volta che io sono stato negli Stati Uniti era il 1960 e quindi oltre mezzo secolo fa. Tra le persone che ho incontrato negli Stati Uniti c’era un sindacalista … si chiamava Walter Reuther. Tra le cose delle quali Reuther mi ha parlato con passione e anche con indignazione era che il presidente della General Motors, anno di grazia 1960, prendeva 30 volte la paga media di un operaio. Adesso prende 1200 volte la paga media di un operaio.” Così Pierre Carniti il 19 gennaio 2013 su Radio 3; una considerazione da riprendere oggi, dopo le infelici esternazioni del dirigente delle Ferrovie Mauro Moretti, che ha minacciato di andarsene se vedesse decurtato il suo stipendio da 850.000 euro l’anno. Intanto, ieri è apparso il funereo sondaggio: “Meno di 15mila euro per un italiano su due e 180 miliardi in mano al 5% più ricco.”

Apro il giornale e leggo di un mondo tutto al contrario. Due famosi stilisti che hanno spostato la sede legale della propria azienda in Lussemburgo per aggirare la legge ed abbassare il regime fiscale dal 45% al 4%, vengono difesi direttamente dal Pubblico Ministero, perché è opinione condivisa e consolidata che le imprese debbano fare profitti e che a tale scopo possano fare tutto ciò che è legittimo, per quanto immorale. Certo se avessero speso quel 41% di denaro sottratto alla comunità in forniture per le scuole italiane, tutto prenderebbe un altro colore, ma temo che non sia così. E d’altra parte bisogna capire: uno stato che non favorisce le imprese, per converso apre tutte le strade per l’espatrio a gente con idee, intraprendenza e poco tempo da perdere.
Così, per recuperare qualche goccia di questo Mississippi che scompare sotto terra o all’estero, qualcuno ha escogitato uno strumento dall’impopolarità proverbiale: lo Spesometro. In aprile la prossima scadenza; i soggetti con passivo iva – quindi anche l’esercito delle ditte individuali che si arrabattano peggio dei precari – devono rispondere all’interrogatorio: “Parla! Come hai speso i tuoi soldi?”. E questa viene considerata prassi del tutto normale, unico caso al mondo.

L’acqua in cui nuotiamo è un mondo in cui tutto è al contrario: uno Stato che non si fida di nessuno e tuttavia perdona i colpevoli. Veramente ci aspetteremmo uno Stato che abbia fiducia nei suoi cittadini e sia inflessibile con chi è condannato. Invece, da noi, i condannati girano a far campagne elettorali e i processi durano una vita, mentre imprenditori che hanno ricevuto aiuti dallo stato per tenere in piedi le aziende, appena possono fanno il gesto dell’ombrello e spostano le sedi all’estero.
Bisogna rifare tutto daccapo e la nostra unica speranza sono i giovani, anzi i bambini. Per questo l’educazione è l’argomento più importante e, non a caso, quello più trascurato. Per questo, per noi del Loto, l’educazione viene prima di tutto.

Buona giornata e, mi raccomando, fate attenzione all’acqua che bevete.